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Sri Lanka, raffica di esplosioni contro chiese e hotel, almeno 290 morti. Arrestati 24 sospetti

KOLKATA – “Si prega di non propagare notizie non verificate e speculazioni”. È con questo avvertimento che il vicepresidente in carica dello Sri Lanka e il ministro della difesa hanno avviato i primi incontri per l’emergenza delle stragi nelle chiese e negli alberghi della capitale Colombo e della città vicina.

Ma lo choc dei massacri durante le messe di Pasqua ha lasciato presto il posto all’inquietante domanda su chi possa aver ordito e organizzato una serie di attentati suicidi di questa dimensione, inedita non solo per lo Sri Lanka. Dal 2009 dopo l’ultima battaglia che avvenne pressappoco in questo periodo dell’anno (con una coincidenza sospetta) l’isola vive in relativa pace dopo 23 anni di massacri quotidiani, rastrellamenti, posti di blocco e regioni off-limits durante la guerra civile per l’indipendenza del territorio reclamato dalle Tigri Tamil in nome dell’etnia del sud dell’India a maggioranza hindu ma di varie fedi inclusa la cristiana.

A pochi minuti dalla tragedia una fonte della polizia ha diffuso la notizia che c’era stata già una informazione riservata recente su possibili attacchi alle principali chiese dell’isola da parte di un gruppo islamico locale, il National Thowheeth Jama’ath (NTJ), già noto per aver distrutto delle immagini di Buddha negli anni passati. Ma la notizia è stata poi smentita da alcune fonti, una delle quali citata dalla tv araba Al Jazeera.

La pista islamica è stata la prima a rimbalzare tra le ipotesi sia per le modalità adottate anche in altri attacchi attribuiti a gruppi dell’estremismo sunnita, sia per un precedente che ancora vede rimbalzare le responsabilità tra il governo buddhista di Colombo e i sopravvissuti delle Tigri Tamil. Il 3 agosto del 1990 infatti un commando attaccò la moschea di Kattankudy, nel distretto tamil di Batticaloa uccidendo 147 fedeli.

Eppure le ipotesi possono essere molte in un contesto dove il nazionalismo e il fondamentalismo convivono come nella vicina Birmania e dentro lo stesso Sri Lanka, dai cui porti salparono le navi con le reliquie del Buddha che contribuirono alla conversione dell’intero sud est asiatico. Come il tristemente celebre Ma ba tha del monaco birmano U Wiratu che aizzò la popolazione buddhista contro i musulmani Rohingya, anche nell’ex isola di Ceylon esiste un gruppo della destra religiosa e intollerante capace di attaccare indistintamente cristiani o musulmani per difendere il dharma religioso contro ogni tentativo di conversione e ogni minaccia all’identità buddhista dell’isola. Il Bodu Bala Sena (BBS), detto anche Forza del potere buddista, è stato accusato di fomentare l’odio settario anche durante lo tsunami quando gran parte degli aiuti internazionali vennero dirottati verso le comunità della loro fede per la forte influenza ecclesiastica sul governo.

Ciò nonostante le varie comunità hanno vissuto qui più o meno pacificamente per questi ultimi dieci anni e l’economia stava riprendendosi bene fino all’arrivo di questo cataclisma emotivo peggiore dello stesso tsunami. Ognuna delle ipotesi sui responsabili trova argomenti a favore ed altri contro.

L’ipotesi di una strage di vendetta delle ex tigri tamil tornate in “cattività” è apparentemente debole per i target scelti. Uno sparuto gruppo di sopravvissuti a una strage senza lasciare feriti è attualmente fuori dalle carceri, pochi per organizzare un attacco ben superiore a quelli dei loro anni di guerra a Colombo, come il massacro di 600 poliziotti nel ’90 e quello dei 200 prigionieri cingalesi in mano ai tamil nel Campo Mulathivu nel ’96.

Se nelle prossime ore prenderà piede la pista islamica il segnale potrebbe essere allarmante, considerando che recentemente le forze di sicurezza cingalesi hanno più volte segnalato un massiccio espatrio di possibili militanti IS verso la Turchia e la Siria. Lo stesso Stato islamico potrebbe vantarsi di aver commissionato l’azione, lasciando aperta l’ipotesi che un gruppo panasiatico di militanti anche suicidi siano ormai distribuit in diversi paesi asiatici spingendo a est la guerra persa in medio oriente. Per ora, per restare alle notizie ufficiali, sappiamo solo che il ministro della Difesa Ruwan Wijewardene ha descritto gli attacchi come “un incidente terroristico”.

C’è solo un ultimo dettaglio che nemmeno le agenzie di stampa sembrano aver rivelato. Forse solo una coincidenza. Ma il 21 aprile di esattamente dieci anni fa decine di civili tamil, se non centinaia come dicono le organizzazioni umanitarie, vennero massacrati dall’esercito cingalese nelle province dell’est lungo la costa dove si nascondevano le ultime “Tigri dell’Eelam”. La fase finale della guerra durò meno di un mese. Ma nessuno ha mai conosciuto ancora l’entità dei massacri commessi e le inchieste internazionali si sono sempre arenate.